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 “L’Ospedale israelitico ha avviato la cassa integrazione per 68 lavoratori di quello stesso personale sanitario a cui tutti stiamo chiedendo di tirarci fuori dall’emergenza. E intanto continua a riscuotere quasi per intero il budget regionale per le prestazioni in conto al Ssr.  L’effetto domino che temevamo potesse avvenire nella sanità privata del Lazio si sta avverando. E’ l’imprenditoria dei senza vergogna, contagiata dal virus dell’ingordigia e dell’irriconoscenza”. Questa la denuncia di Giulia Musto, Tarek Kesh Kesh e Domenico Frezza di Fp Cgil Roma Lazio, Cisl Fp Lazio e Uil Fpl Roma e Lazio che si preparano a dare battaglia. Contro la direzione della casa di cura romana, ma anche per chiedere alla Regione Lazio, l’ente che finanzia la sanità privata accreditata, di intervenire senza indugio e bloccare i provvedimento di ricorso al Fis, il fondo di integrazione salariale che costituisce la cassa integrazione del settore.

 

“Con l’emergenza in pieno svolgimento e la collettività in ginocchio, mandare a casa il personale sanitario addetto ai servizi specialistici e ambulatoriali è un gesto inqualificabile. Un’operazione puramente speculativa ai danni di lavoratori e contribuenti, soprattutto se si pensa che l’Israelitico ha ben due reparti Covid all’interno, con carichi di lavoro inimmaginabili per infermieri, tecnici, oss e tutti profili della sanità. Ricollocare il personale addetto ai servizi ridotti o chiusi, anziché metterlo in Fis, sarebbe non solo possibile ma indispensabile per rafforzare le prestazioni di servizio pubblico e di contrasto alla pandemia. Tanto più che a lavorare nei reparti Covid sono stati chiamati i lavoratori esternalizzati e interinali”, affermano i sindacalisti.

 

“L’aberrazione non sta solo nell’intento esclusivo di fare cassa, continuando a percepire il budget dal Ssr e facendo pagare gli ammortizzatori sociali all’Inps. Ma nel danneggiare economicamente gli operatori e i professionisti a cui l’intera comunità sta affidando il futuro. Quei profili talmente indispensabili che in Italia sono stati chiamati dalla Cina, da Cuba e dall’Albania, e che nella nostra regione ci si permette di mandare a casa e di tagliare loro il 20% dello stipendio, le ferie e gli assegni familiari”.

 

“Non possiamo accettare, inoltre, la palese volontà di dividere l’organico in lavoratori essenziali, lavoratori in cassa e lavoratori esterni. L’esatto opposto di quel principio di uguaglianza che campeggia tronfio nel sito web dell’azienda. E l’esatto opposto di quel riconoscimento che spetterebbe a chi sta rischiando la vita per salvare le persone e la comunità”, concludono Musto, Kesh Kesh e Frezza. “Se c’è una cosa chiara che abbiamo imparato in questi mesi di calvario è che il sistema sanitario va rilanciato: con investimenti, con i contratti, con le assunzioni, con l’innovazione organizzativa. Addossare i costi al pubblico per riservare i profitti al privato è una prospettiva inaccettabile. La Regione intervenga subito. Noi difenderemo i lavoratori della sanità privata con tutte le azioni necessarie”.
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