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 Agli operatori sanitari del Lazio è stato chiesto e continua ad essere chiesto il massimo sforzo, dall’inizio della pandemia a oggi. L’emergenza ha reso evidenti le storture di un sistema che ha continuato ad operare in carenza di organico e fatto toccare con mano l’essenzialità di un servizio pubblico centrale, in buona “salute” e pronto a rispondere in maniera estensiva ai bisogni di cura e assistenza della cittadinanza, a prescindere dalle criticità periodiche, partendo da una dotazione adeguata di personale.

“Sulla campagna vaccini registriamo due ordini di problemi: da una parte l’esclusione di una parte consistente di lavoratori che operano all’interno delle strutture, profili non sanitari ma essenziali al funzionamento degli ospedali e spesso a contatto con la cittadinanza: personale amministrativo, tecnico, così come i lavoratori degli appalti, che deve trovare soluzione per la maggior sicurezza di cittadini e utenti (conseguenza dei contagi tra il personale, ovviamente, un aggravio di carichi per i già pochi operatori in servizio). Dall’altra, con lo stop di Astrazeneca e il continuo ripensamento della campagna di vaccinazione a tutta la popolazione, in funzione della scelte sui vaccini e delle disponibilità delle forniture, riteniamo impensabile che si possa pianificare un h24 nei servizi legati alle vaccinazioni con il personale attualmente in forze nel SSR”, dichiarano Natale Di Cola, Cgil Roma e Lazio, e Giancarlo Cenciarelli, Fp Cgil Roma e Lazio.

“Come dallo scorso anno si è resa inevitabile l’immissione di ulteriore personale rispetto alle previsioni del quinquennio, in parte a compensazione delle carenze, inserendo nuove risorse da graduatorie esistenti, avvisi pubblici e manifestazioni d’interesse, è anche vero che non si sono date prospettive certe di stabilità a chi è stato inserito durante l’emergenza Covid. Alcuni contratti sono già in scadenza a fine aprile, una sitazione paradossale e una corsa contro il tempo, oltre che uno schiaffo in faccia a chi si è messo a disposizione del servizio sanitario nazionale ed è stato immediatamente inserito nei reparti Covid, a maggiore rischio e intensità di intervento”, proseguono i sindacalisti.

“Dalle stabilizzazioni dei 3500 precari, il 10% del personale in servizio, alla programmazione di un piano straordinario che immetta in poco tempo nuove unità, almeno 10 mila, su tutti i profili professionali, storicamente scesi per più del doppio della media nazionale in questa regione (e in continua decrescita per pensionamento), chiediamo da subito di portare avanti il confronto e di poter valutare le scelte per il potenziamento e la valorizzazione del personale. Ribadiamo la necessità di procedere speditamente e in via straordinaria su assunzioni e stabilizzazioni, attingendo a ogni risorsa e spazio normativo utile sia per programmare nuovi concorsi, sia per trasformare i precari in tempi indeterminati. È una nostra richiesta, su cui chiediamo l’impegno istituzionale della stessa regione con il Governo, il prolungamento al 2023 dei requisiti della legge “Madia”, per includere nelle stabilizzazioni tutti coloro che hanno iniziato a lavorare nelle strutture sanitarie durante l’emergenza Covid”, continuano Di Cola e Cenciarelli.

“La pandemia ha reso necessario un imponente sforzo di adattamento dei servizi sanitari tutti, organizzativo e funzionale. Quel che è necessario ora è pianificare il cambiamento non solo per dare risposte alla contingenza, ma cogliere l’occasione per ricostruire i servizi socio sanitari pubblici nel loro insieme, verso un nuovo modello che abbia al centro parole chiave come integrazione, territorialità, estensività, e che si fondi su occupazione diretta, stabile e di qualità all’interno del sistema pubblico”, concludono i segretari di Cgil e Fp Cgil Roma e Lazio.

 

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